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Padri smemorati o colpevoli? a cura dell’avvocato Nicola Terzi

terziMa si può dimenticare un figlio e andare tranquillamente al lavoro? La piccola Elena è morta, per essere stata dimenticata dal padre in macchina per ore sotto il sole. Elena se ne è andata lasciandoci, aperta e pressante, questa domanda. Un’altra tragedia fotocopia dopo quella di Elena è successa pochi giorni dopo in provincia di Perugia , un piccino morto perché abbandonato,per pura e incredibile sbadataggine in auto dal padre. Il bimbo di nome Jacopo, è rimasto chiuso per tre ore sotto un sole cocente a pochi metri della riva del lago Trasimeno.  Una prima risposta viene dalla cronaca stessa: nel 1998 un altro padre, a Catania, si dimenticò del figlioletto chiuso in auto, e morì. Qualcuno è già pronto a dire “ma una madre non lo farebbe mai”, ma  ecco, tre anni fa, il caso di Simona, una insegnante di scienze, a Merate, vicino a Lecco, che recuperò troppo tardi , dopo  cinque ore di lezioni, la sua bimba di due anni. Sulla scia di queste notizie, si può ipotizzare che la cosa sia accaduta a tanti altri padri e madri, fortunatamente non arrivati sulle colonne dei giornali e nei tg per essere usciti dalla “dimenticanza” in tempo per salvare i propri figli. Ma cosa sta accadendo in questo mondo convulso,frenetico a tal punto di dimenticarsi di un proprio figlio chiuso in una autovettura sotto la calura di un sole che brucia la vita di un bimbo? Ma a cosa pensavano questi padri smemorati? Ci chiediamo: “ Si può giustificare questo comportamento? Possiamo accettare che un padre dimentichi il proprio figlio chiuso in auto sotto la calura del sole, per ore ed ore? A questa domanda, come al solito, rispondono i vari psicologici i quali sostengono che “dimenticare si può”  Secondo questi salomoni “ogni dimenticanza” ha un contesto diverso. La responsabilità deriverebbe della preminenza del lavoro,una prevaricazione su tutti i piani per cui i bambini non sono più al primo posto nelle nostre tensioni ed attenzioni. Ancora: “oggi sui bambini più di altri viene a pesare la crisi non solo del lavoro, ma anche dell’organizzazione della vita. Tutte le priorità sono saltate di fronte al prevaricare del lavoro che ha assunto la centralità, prima con un progresso graduale, per precipitare di recente quando il lavoro è diventato precario. Il lavoro frammentato, non garantito, mette tutti sotto ricatto”.A mio parere inorridisco al solo pensiero di giustificare questi comportamenti con delle spiegazioni psico-sociologiche con affermazioni che ciò può accadere a tutti addebitando queste tragedie allo  stress del lavoro che, prevaricherebbe sulla vita dei piccoli figli. Tutto ciò non è accettabile. Stiamo parlando di una persona e non di un libro o una di una  penna. Piuttosto a cosa stava pensando di cosi importante il padre di Elena docente universitario per trattare la figlia alla stregua di un bagaglio? Forse stava pensando allo scudetto del Milan o alla riforma della Giustizia o a quella della Gelmini? Lasciare un bimbo in macchina chiuso sotto il sole alla stregua di un pacco, non ha scuse, si tratta di un atto criminale, che deve essere punito in modo esemplare con una condanna esemplare, e non con il rimorso che secondo alcuni sarebbe  una punizione più grave di una sentenza di condanna da scontare in galera. Troppo facile inoltre una pena pesante sarebbe di monito per tutti i genitori a considerare prima di ogni cosa, la salvaguardia dei propri figli. Non ci sono scuse ripeto, non esiste stress di lavoro che possa giustificare questi comportamenti. Purtroppo oggi giorno troppe coppie vivono il proprio  status di genitori in modo completamente anaffettivo. Spesso si decide di procreare un figlio, ma ci si limita a farlo solo sotto il profilo fisiologico. Poi però si dimenticano i sentimenti più importanti: amore, tutela, responsabilità, spiritualità, lealtà nel legame. Diventare genitori, non corrisponde automaticamente ad essere buoni genitori. La  superficialità, il narcisismo, il disordine mentale e sociale di certi adulti sono atteggiamenti che mal si conciliano con una sana accettazione della genitorialità. Dobbiamo rivedere, tutti, l’organizzazione della vita, rimettere al posto giusto le priorità,bisogna abbandonare quelli che sono i vuoti miti, meticci,disvalori, che oggi affliggono l’umanità e e ritornare a quei valori morali, che sono la base del benessere e del vivere una vita nell’amore verso i propri figli che sono fonte vitale della propria vita. Molti conduttori,commentatori si sono chiesti: “Abominevole il padre che dimentica di avere con sé la propria figlia”Diversamente altri hanno detto: “L’uomo che è andato a lavoro scordando la bambina in auto è vittima di una fatalità … la dimenticanza è stata una disgrazia, uno sventurato incidente”.Queste due posizioni sembrano più distanti ed antitetiche di quanto non lo siano in realtà. Entrambe partono da una analisi immediata del fatto. Personalmente ritengo che una lettura “oggettiva” dell’avvenimento sia limitativa, è chiaro che è irresponsabile, sbagliato, irragionevole e irrazionale dimenticare un bimbo in auto ed è altrettanto chiaro che sia un avvenimento “accidentale”, inusuale, non comune – fortunatamente – , involontario e straordinario Il “disgusto” verso chi commette un tale gesto impedisce di  esplorarne il dolore ed il disagio che c’è a monte, così chi identifica il padre con l’ ”assassino della figlia”, pur fotografando una realtà, perde di vista l’origine del dramma e la causa della disattenzione. Ma anche chi confonde l’accaduto con un semplice incidente cade nella stessa trappola, ovvero non si addentra nei retroscena della tragedia. È questa coincidenza finale che accomuna le due posizioni riducendole ad una impressione immediata del fatto, una fotografia asettica. Tuttavia quella che è accaduta non è una fatalità. Personalmente mi domando se sia o meno il risultato di un modus vivendi. Dimenticare il bambino in auto equivale a “trascurare il fatto di avere il proprio figlio con sé”. Quel genitore che dimentichi di avere il proprio bambino accomodato sul sedile posteriore è chiaramente un padre o una madre che non usa parlare con il piccolo, non è solito cantargli la ninna nanna, non è abituato a guardarlo attraverso lo specchietto retrovisore. È, in altre parole, un genitore che non presta i propri pensieri alla sua creatura, quanto meno non lo fa nell’atto di condurla in auto. Le giovani vite spezzate di Elena e Jacopo mi portano a fare alcune doverose riflessioni e sottolineature. Dopo la morte di Elena, che ha fatto scalpore a livello nazionale, era lecito aspettarsi una presa di coscienza collettiva tale da auspicare che un simile caso non si ripetesse più. Invece, pochi giorni dopo, a conferma dell’effetto annuncio creato dai mass-media, un altro padre, che certamente avrà sentito parlare della bambina deceduta, ripete lo stesso tragico errore col proprio figlio abbandonandolo in auto. In pratica le brutte notizie, ripetute con dovizia di particolari raccapriccianti e con ossessività, dai giornali e dalle televisioni, o producono solo “il nulla”, l’indifferenza e l’abitudinarietà o, peggio ancora, fanno scattare in menti stressate, malate, turbate, ecc., un  comportamento di emulazione. Nel caso che stiamo trattando, lascia sconcertati apprendere che il bombardamento mediatico abbia solo ottenuto l’effetto di non far crescere il livello di attenzione. Perché tutto questo? Perché abbiamo orecchie per sentire ma non per riflettere, siamo abituati ad avere la televisione accesa ma le notizie e le immagini ci passano sopra come acqua su marmo, corriamo come foglie portate dal vento e conta solo il nostro mondo ma non quello attorno a noi. E poi c’è lo stress (tra poco sarà una malat
tia sociale!) che ci confonde la mente e non ci consente di vivere serenamente la quotidianità della vita .Lo stress sta diventando la scusante più diffusa per giustificare ogni atto più o meno aberrante, compreso l’omicidio Fermo restando che non bisogna dimenticare che “dura lex sed lex” come deve comportarsi lo Stato dinnanzi a queste famiglie colpite dal dolore atroce della perdita di un figlio ed ai padri responsabili di omessa custodia e omicidio colposo. Non riesco immaginare la galera perché non c’è pena più grande del dolore per la morte di un figlio. Come scriveva il grande poeta Ungaretti “la morte si sconta vivendo”,  la morte nel cuore, il  dolore, non hanno bisogno di una gabbia, perché per quei padri  basta solo vivere! Ma se ascoltiamo la gente, tanti, dinnanzi ai  due bambini morti non accettano il dolore ma gridano vendetta e dicono:” Sono due padri da rinchiudere e gettare via le chiavi!”.Da un estremo all’altro e non è facile trovare la risposta giusta, quando da una parte ci sono dei morti innocenti e dall’altra il dolore di chi i“incolpevolmente” le ha procurate Io sono assalito dal dubbio ma sono rimasto esterrefatto dalle dichiarazioni delle due mogli e madri, dove ha vinto la moglie sulla madre, mentre, almeno per me, l’amore materno  è superiore a tutto, compreso l’amore per il proprio marito. Anziché trincerarsi nel muto dolore, la madre di Elena si è presentata in Tv a leggere una sua lettera (dettata dal cuore o dagli avvocati?) in cui si è arrogata il titolo di giudice affermando:” Lui non è colpevole di niente!”E’ già immorale fare spettacolo di una tragedia, qual è la morte di un figlio, ma tutto diventa fabbrica dell’assurdo quando la madre rinnega se stessa assolvendo chi (per negligenza o altro, non importa) ha comunque ucciso suo figlio.Non trovo parole se non pronunciare il mio disgusto per una uscita così fuori da ogni schema, dettata da non so quali ragioni (certamente non quelle del cuore), visto e considerato che siamo dinnanzi ad una creatura che non c’è più e sappiamo  bene cosa è successo e chi ne è responsabile.La mamma di Elena ha perso una buona occasione per tacere calpestando il dolore materno conseguente alla perdita del proprio figlio e finendo nel cadere nel calderone di  disumanità che dimentica sempre le vittime e cerca mille motivi per giustificare e assolvere i colpevoli. .Di questo passo dove andremo a finire?Allora cosa bisogna fare per evitare in futuro questi drammi? Bisogna imporre ad ogni genitore una riflessione su se stessi e sul loro ruolo la cui attenzione deve essere  massima importanza. Intanto bisogna allontanare  l’idea che la propria mente possa “mancare a se stessa” sino al punto da dimenticarsi dei  figli, laddove una siffatta dimenticanza è chiaramente cosa grave tanto da essere intimamente correlata a malesseri profondi. In secondo luogo si deve prendere le distanze da questa tendenza a “normalizzare” un omicidio o comunque a differenziarlo da una uccisione violenta o generata da un diverso atto. L’omicidio, qualunque sia la sua matrice, si riconosce sempre dal risultato finale: l’epilogo fatale è sempre la morte. E se il decesso di un figlio piccolo è causato dal genitore dietro si celano sempre sofferenze profonde, più o meno antiche, spesso nascoste o negate. Dunque  rifiutiamo completamente e decisamente l’uso del termine fatalità. Tanto più che dibattere sui casi fatali della vita non serve a far luce sulle ragioni degli avvenimenti nè a rintracciarne le cause Questa  posizione estrema e forte nasce dalla considerazione  che la vita dei bambini è come un  “fragile dono di Dio, cui i genitori sono i primi depositari ed i massimi responsabili.