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La famiglia pefetta riflessioni di Donato Santarcangelo

Ci occuperemo del film “Una famiglia perfetta”, non per redigere una critica cinematografica, ma come occasione per riflettere su alcuni temi trattati dal film.

Il tema è quello di un uomo che affitta una compagnia di attori per impersonare solo per il giorno di Natale la famiglia “perfetta” che desidererebbe e che non possiede.

Aldilà dei “veri” motivi per cui il protagonista decide in tal senso, quello che in questa sede metteremo in evidenza sono come detto solo delle riflessioni che intendiamo fare per sottolineare alcuni risvolti psicologici implicati in questa trama.

Vi possono essere ci pare due temi di interesse psicologico: quello del  “perché” si fanno le cose, e relativo a tutti gli interpreti del film, e  il  tema del confine tra finzione e realtà.

Probabilmente non vi è una sola motivazione per cui si “fanno le cose”, noi siamo poco abituati a considerare che si può agire sotto “spinte” diverse che si integrano fino magari a far precipitare gli eventi o più banalmente farci decidere in un senso o nell’altro.

Non è questa la sede neanche per addentrarci sul terreno della “liberta’” a noi concessa nel decidere dei nostri atteggiamenti e delle nostre scelte, ma occorre notare comunque che psicologicamente e geneticamente siamo perlomeno piuttosto “incanalati” verso tipi di scelte in genere, proprio perché siamo non una “tabula rasa” ma nasciamo e ci sviluppiamo in un contesto che è gia “pregno” per noi di numerosi “incanalamenti”.

La libertà di scelta morale sarebbe più a nostra disposizione, e ciò è a cardine del nostro sentirci “esseri umani”.

Detto questo, le nostre scelte risentono quindi di numerosi fattori, la stessa azione fatta da persone diverse è motivata (in modo cosciente) in modo diverso. Ma quello che forse è ancora più interessante e il film sembra metterlo in scena,  è che il nostro agire (che a volte appare sottilmente dotato di un ineffabile senso) sembra che provochi comunque sovente delle reazioni in noi e in quelli con cui veniamo in contatto, che non erano preventivate e anche questa forse è una “lezione” da imparare: anche se ripetessimo sempre la stessa azione non verrebbe mai esattamente uguale, ma soprattutto sarebbe sempre possibile entro certi limiti che accada “qualcosa” che ad esempio ci faccia “vedere” meglio ciò che ci sembrava conoscere bene o situazioni che giudicavamo essere “certamente” solo in una certa maniera, o…ci cambi l’esistenza!

L’altro tema, quello del rimbalzo tra finzione e realtà, ci appare ancora più costitutivo in questo film, e non tanto per l’ovvia sollecitazione che il tipo di trama “impone”, (attori che recitano la parte di attori) ma perché, in filigrana affresca la difficoltà e forse l’impossibilità di vedere e rispettare sempre nettamente questo confine.

Nel senso che in alcuni momenti il film si rivela in un certo senso la metafora dello “spaesamento” che proviamo nella vita quando crediamo di avere un copione ben saldo a cui aggrapparci, ma le situazioni (qui simboleggiate dal “fuori copione” a cui il protagonista “costringe” gli attori) ci “sbalzano” dalle nostre certezze e soprattutto ci ricordano che siamo fondamentalmente “vissuti” dal nostro mondo emozionale, e che non possiamo controllarlo, così come nel film neanche gli attori riescono a farlo.

una-famiglia-perfetta-300x225Siamo veri nella vita quando seguiamo i copioni che magari solo “crediamo” siano nostri? E siamo veri e liberi anche quando fingiamo nei nostri modi di essere per vari motivi? E soprattutto, visto che siamo vissuti dalle nostre immagini e siamo forgiati dalle nostre emozioni interne, ed è grazie ad esse che vediamo e giudichiamo il mondo, non è forse vero che la “finzione” interna del nostro modo giocoforza “parziale” di vedere il mondo, ci costringe a crederlo vero per noi? Siamo davveri forse “giocati” sul filo tra realtà e finzione…

E,infine, anche se i copioni non fossero “perturbati” da nessuno, saremmo comunque lo stesso in preda al nostro mondo interno da fronteggiare, perché il “copione” della vita può essere interpretato bene o male, possiamo metterci poco o tanto di noi stessi, possiamo reagire in tale o tal altro modo, possiamo piangere e disperarci e ciononostante evolverci e progredire. E forse alla fine è veramente questa la “vera” libertà che possediamo.