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Il racconto:Una favola… reale

grano 

Mia madre raccontava come una visione la percezione che solo certe creature speciali avvertono nel momento la vita si muove dentro di loro. Era un caldo pomeriggio di giugno ed era l’ora magica in cui la calura si fa meno intensa e il sole si appresta a ritirarsi per concedere a tutti il meritato riposo. Viveva allora in collina e i diserbanti non avevano ancora fatto la loro parte di pulizia. Davanti a lei un’immensa distesa di grano, biondo con delle spighe turgide che facevano presagire un anno ricco ed abbondante, tra il grano una marea di colori, il rosso del papavero e il turchese del fiordaliso splendido. Tanti tantissimi fiori, fiori che ora vedi solo dai grandi fiorai. Nel suo diario mia madre scrisse “Non vidi mai luce tanto bella illuminare un campo di grano così ricco e colorato, ed ebbi una sensazione strana sapevo che da quel giorno sarei stata come un’eletta baciata dalla fortuna, è come se una corrente potente fosse entrata nel mio corpo ed io ho avuto una felicità così grande che con parole non posso descrivere”. In luglio nacqui io, nata solo dopo sette mesi di gestazione, tutti paurosi pensando che io fossi più fragile di altri bimbi si accorsero presto che questo non corrispondeva a verità. Videro subito che avevo di due incisivi fatti e che ero una bambina sana e felice. Coccolata dalla mia famiglia passai i primi anni della mia vita senza né gloria né storia. A quattro anni cominciarono ad accadere fatti strani intorno a me, tutti incominciarono a preoccuparsi seriamente di questi fenomeni che provocavo. Al mio passaggio si accendevano le luci e poi si spegnevano automaticamente quando io non c’ero più. Gli animaletti feriti venivano da me e poco dopo ripartivano guariti, la paura più grande di mia madre fu quando entrando nella mia camera mi trovò con una grossa biscia in mano, mezza schiacciata, io l’accarezzavo con amore, mia madre invece corse a chiamare gente e si presentarono con un bastone convinti sicuramente di proteggermi. Rimasero fermi, bloccati da una forza più grande della loro volontà. Dopo due giorni la mia grande biscia mi lasciò, le sue ferite si erano chiuse ed era pronta a ricominciare la sua battaglia della sopravvivenza.  Per mesi sul balcone della mia finestra trovavo un fiorellino, un filo d’erba, una ciliegia era il modo gentile che aveva la mia amica per ringraziarmi. Centinaia, migliaia di piccoli episodi che terrorizzavano mia madre e facevano felice invece mio padre. Un suo fratello, sacerdote, incominciò a seguirmi e segnare ogni fatto strano che accadeva nella mia vita, a darmene spiegazione ed a farmi capire che non tutti i bambini potevano fare quello che facevo io con tanta naturalezza. Chiudo questo mio racconto con un fatto tanto bello quanto triste. Il giorno del mio quarto compleanno mi regalarono un gran mazzo di rose, rose bellissime appena colte dal giardino con un profumo così tenero e persistente da farmi innamorare. Le curavo ogni giorno, parlavo con loro, le accarezzavo, erano splendide. Durarono un anno, sempre fresche e bellissime, poi un giorno papà mi portò in collina perché il clima era più fresco e c’era meno pericolo che venisse bombardato quel paese. Mi dimenticai nella fretta le mie rose. Quando papà tornò a casa per riportarmele ormai era tardi, si erano seccate. Loro vivevano della mia presenza. Ancora oggi quando penso a quell’episodio mi viene un nodo alla gola, mi sembra di aver lasciato morire qualcuno per non aver prestato le giuste cure. Il ricordo è un toccasana della mente. Guai a chi non ricordi! Vuol dire che non ha amato, non ha gioito, non ha sofferto. Il ricordo dolce o amaro è il pane quotidiano e noi ne abbiamo infinitamente bisogno, per avere la certezza di poter amare ancora, forse di soffrire ancora ma sicuramente di vivere ancora pienamente la nostra vita.

di Caterina Peri Bertoldi